Ipertensione arteriosa ed aderenza al trattamento

A cura di Giuliano Tocci, Centro per la Diagnosi e la Cura dell’Ipertensione Arteriosa, Dipartimento di Medicina Clinica e Molecolare, Facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma, A.O. Sant’Andrea, Roma

L’ipertensione arteriosa è una malattia cronica, il cui trattamento prevede l’impiego prolungato di farmaci volti alla riduzione e al mantenimento dei valori pressori entro i limiti raccomandati. I benefici del trattamento farmacologico dell’ipertensione sono, pertanto, legati al controllo dei valori pressori e alla riduzione della morbilità e mortalità cardiovascolare. Tali effetti, tuttavia, non si traducono necessariamente in una condizione di “beneficio” che può essere percepita o “misurata” dal paziente. Ne deriva che il mantenimento della terapia farmacologica antipertensiva da parte di un paziente asintomatico affetto da ipertensione arteriosa per un tempo più o meno lungo possa risultare particolarmente difficile. Inoltre, la scelta non appropriata di determinate classi (o dosaggi) di farmaci antipertensivi può in alcuni casi favorire la comparsa di effetti indesiderati e reazioni avverse, contribuendo in tal modo ad aumentare il numero di interruzioni della terapia farmacologica prescritta.
Studi osservazionali condotti in Italia su un’ampia popolazione di pazienti affetti da ipertensione arteriosa di nuova diagnosi hanno confermato come sia estremamente difficile mantenere in terapia farmacologica un paziente affetto da ipertensione arteriosa. Tali studi hanno, infatti, dimostrato come ad un anno circa dalla prima prescrizione di farmaci antipertensivi oltre la metà dei pazienti abbia già interrotto il trattamento farmacologico prescritto. Tale riscontro si traduce inevitabilmente in un maggiore rischio residuo per i pazienti affetti da ipertensione arteriosa che interrompono il trattamento rispetto a quelli che lo mantengono, in quanto i primi rimangono ad un livello di rischio cardiovascolare aumentato rispetto agli ultimi.
A sostegno di tale ipotesi, uno studio recentemente pubblicato su Hypertension ha confermato come la minor aderenza alla terapia farmacologica antipertensiva si traduca in una prognosi peggiore in un’ampia coorte (n = 33.278) di pazienti adulti affetti da ipertensione arteriosa inclusi nel Korean National Health Insurance. I pazienti che avevano una bassa aderenza (<50%) al trattamento farmacologico prescritto hanno mostrato un rischio aumentato di mortalità per cardiopatia ischemica, emorragie cerebrali e ictus cerebrale rispetto ai pazienti che avevano una buona aderenza (≥80%). Risultati simili sono stati osservati anche in termini di ospedalizzazioni per cause cardiovascolari o cerebrovascolari, che sono risultate significativamente maggiori nei pazienti con bassa aderenza rispetto a quelle osservate nei pazienti ad elevata aderenza alla terapia farmacologica prescritta.
In conclusione, l’aderenza al trattamento farmacologico prescritto rappresenta un elemento importante nella scelta della migliore strategia terapeutica nel singolo paziente affetto da ipertensione arteriosa, fin dalle prime fasi della terapia. Sebbene non siano ancora disponibili strumenti di facile applicazione ed ampia diffusione, che consentano di verificare l’aderenza al trattamento farmacologico prescritto in un contesto di pratica clinica quotidiana, il miglioramento del rapporto medico-paziente, l’uso sistematico di terapie di associazione (soprattutto precostituita) e l’impiego di strategie basate su farmaci che antagonizzano il sistema renina-angiotensina, possono contribuire a garantire un elevato livello di aderenza e di persistenza alla terapia farmacologica prescritta in pazienti affetti da ipertensione arteriosa.

Fonte: Kim S, Shin DW, Yun JM, et al. Medication adherence and the risk of cardiovascular mortality and hospitalization among patients with newly prescribed antihypertensive medications. Hypertension 2016;67:506-12.