A cura di Anna Paini, Carlo Aggiusti, Clinica Medica, Università di Brescia & 2 Medicina ASST Spedali Civili di Brescia

L’inquadramento clinico e il trattamento dei pazienti con ipertensione arteriosa resistente (IR) rappresenta un problema emergente che ha richiamato l’attenzione di ricercatori e clinici negli ultimi anni. La IR è una condizione non certo rara, ma probabilmente inizialmente sovrastimata: gli studi disponibili evidenziano una prevalenza assai variabile, compresa fra il 3 ed il 30%, in relazione alle differenti definizioni adottate, alla tipologia di pazienti analizzati ed al fatto che vengano esclusi o meno dal computo i pazienti con “pseudo resistenza”.  In ogni caso, i pazienti con IR costituiscono un sottogruppo ad elevato rischio cardiovascolare (CV) e assai spesso giungono all’attenzione degli specialisti che operano ne centri per la diagnosi e  la cura dell’ipertensione arteriosa.

Uno studio pubblicato in questi giorni su Hypertension ha valutato il significato prognostico dell’aumento della rigidità aortica, stimata mediante la misura della velocità dell’onda di polso carotido-femorale (PWV), nei pazienti con ipertensione resistente. L’aspetto analizzato è particolarmente rilevante, perché un aumento della rigidità aortica è riscontrabile non di rado in questi pazienti, e potrebbe contribuire di per se alla resistenza al trattamento. L’analisi è stata condotta in un ampio numero (n=891) di pazienti con IR, nei quali erano state escluse forme secondarie di ipertensione arteriosa.

La PWV, sia considerata come variabile categorica sia come variabile continua, è risultata essere un predittore indipendente di eventi CV totali e di mortalità CV. Il risultato è stato confermato anche considerando nel modello statistico l’effetto di una serie di fattori confondenti che includevano, oltre ai tradizionali fattori di rischio CV, anche i valori di pressione arteriosa delle 24 ore e la massa ventricolare sinistra. Inoltre gli Autori hanno appurato che la valutazione della rigidità aortica è risultata in grado di migliorare significativamente la stima del rischio di eventi CV, migliorando la capacità di discriminazione del rischio del 13 % per gli eventi CV totali e del 18 % per gli eventi CV maggiori.

Questo studio pare interessante per più di un motivo. Infatti l’analisi espande ulteriormente i risultati ottenuti in altre tipologie di pazienti (con malattia renale cronica, con ipertensione arteriosa, con diabete mellito, popolazione generale od anziani), confermando una associazione fra aumento della rigidità aortica e rischio di eventi CV di entità del tutto sovrapponibile a quella osservata nei precedenti studi (hazard ratio per eventi CV in presenza di PWV aumentata: 2.5). Inoltre esso apre la strada ad ulteriori futuri approfondimenti: infatti la presente analisi si è basata su una osservazione basale con follow up longitudinale per eventi, mentre resta da definire il significato prognostico indipendente delle modificazioni della rigidità aortica durante trattamento. In attesa di nuovi dati, al momento attuale i risultati dello studio richiamano l’attenzione sulla possibile utilità della valutazione della PWV, anche nei pazienti con IR.

 Fonte

Cardoso CRL,  Salles GC, Salles GF. Prognostic Impact of Aortic Stiffness in Patients With Resistant Hypertension. A Prospective Cohort Study. Hypertension published online ahead of print, January 7, 2019.