A cura di Francesca Miceli, Vivianne Presta, Giuliano Tocci
Centro per la Diagnosi e la Cura dell’Ipertensione Arteriosa, UOC di Cardiologia, Facoltà di Medicina e Psicologia, Università di Roma Sapienza, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, Roma, Italia; e-mail: giuliano.tocci@uniroma1.it

Il danno d’organo cardiaco è di frequente riscontro nella pratica clinica dei pazienti affetti da ipertensione ed è in grado di condizionare sia l’iter diagnostico che l’approccio terapeutico. La presenza di ipertrofia ventricolare sinistra, infatti, ha dimostrato di conferire una prognosi peggiore, indipendentemente dei valori di pressione arteriosa sistolica o diastolica, e di essere associata ad un aumentato rischio di morbilità e mortalità cardiovascolare rispetto ai soggetti con normale geometria ventricolare sinistra. Di contro, la riduzione della massa ventricolare sinistra per mezzo del trattamento farmacologico antipertensivo ha dimostrato di conferire dei benefici aggiuntivi, oltre la riduzione della pressione arteriosa, in termini di riduzione del rischio di ictus cerebrale, infarto del miocardio, scompenso cardiaco e morte per cause cardiovascolari rispetto a quanto osservato nei soggetti che non mostrano regressione della massa ventricolare. Inoltre, studi clinici randomizzati controllati hanno dimostrato come alcune classi di farmaci, tra cui ACE inibitori, antagonisti recettoriali dell’angiotensina e calcio-antagonisti, siano maggiormente efficaci in termini di riduzione della massa ventricolare sinistra rispetto a beta-bloccanti e diuretici, a parità di riduzione dei valori pressori, e sono pertanto attualmente raccomandati dalle linee guida europee per il trattamento di questa tipologia di pazienti.

Occorre, peraltro, ricordare che, sebbene le attuali linee guida europee identifichino solo l’ipertrofia ventricolare sinistra come marcatore di danno d’organo mediato dall’ipertensione, è possibile osservare a livello cardiaco altri adattamenti strutturali e funzionali, anch’essi in grado di condizionare la prognosi, l’atteggiamento diagnostico e la scelta terapeutica. Tra queste modificazioni è possibile documentare la presenza di disfunzione sistolica asintomatica, disfunzione diastolica, ingrandimento atriale e dilatazione del tratto ascendente dell’aorta.

Quest’ultimo marcatore non convenzionale di danno d’organo cardiaco è stato oggetto dello studio Aortic RemodellinG in hypertensiOn of the Italian Society of Hypertension (ARGO-SIIA), uno studio multicentrico condotto in Italia con il patrocinio della SIIA, che ha incluso 582 pazienti con ipertensione arteriosa e 104 soggetti normotesi di controllo[1]. Lo studio ha avuto l’obiettivo di valutare la prevalenza della dilatazione aortica (misurata a livello dei seni valvolari, della giunzione seno-tubulare e del tratto ascendente dell’aorta) e la sua eventuale correlazione con la presenza di ipertrofia ventricolare sinistra.

Nel totale del campione osservato, circa il 30% dei pazienti ha mostrato una dilazione dell’aorta misurata a livello dei seni valvolari, circa il 20% a livello della giunzione seno-tubulare e circa il 13% a livello dell’aorta ascendente. I pazienti con dilatazione dell’aorta ascendente sono risultati essere circa 10 anni più anziani ed avere valori pressione arteriosa maggiore dei soggetti senza dilatazione, con o senza ipertensione arteriosa. Particolarmente interessante è risultato il dato secondo cui i pazienti con dilatazione dei soli seni valvolari hanno mostrato valori significativamente maggiori di età, peso, superficie corporea e pressione di polso rispetto ai pazienti con dilatazione sia dei seni valvolari che del tratto ascendente, mentre la prevalenza di ipertrofia ventricolare sinistra (ed i valori assoluti di massa ventricolare sinistra) sono risultati essere significativamente aumentati nel gruppo di pazienti con dilatazione dell’aorta ascendente rispetto agli altri gruppi.

I risultati di questo studio sono particolarmente interessanti per la pratica clinica e la gestione dell’ipertensione, soprattutto a seguito delle nuove indicazioni terapeutiche delle ultime linee guida europee sull’ipertensione arteriosa. Queste ultime, infatti, raccomandano un uso esteso della terapia di combinazione con determinate classi di farmaci, tra cui ACE inibitori o antagonisti recettoriali dell’angiotensina in associazione con diuretici e/o calcio-antagonisti, nella quasi totalità dei pazienti con ipertensione arteriosa e diverso profilo di rischio cardiovascolare, limitando l’uso dei farmaci beta-bloccanti (da soli o in terapia di combinazione) ai pazienti con comorbilità come le tachiaritmie, la cardiopatia ischemica o lo scompenso cardiaco. Alla luce dei risultati dello studio ARGO-SIIA, che documenta una prevalenza della dilatazione aortica in circa un terzo dei pazienti affetti da ipertensione arteriosa, tale indicazione terapeutica all’uso dei beta-bloccanti potrebbe essere, in parte, riconsiderata a seguito di un’accurata valutazione ecocardiografica del danno d’organo cardiaco.

Bibliografia

  1. Milan A, Degli Esposti D, Salvetti M, Izzo R, Moreo A, Pucci G, et al. Prevalence of proximal ascending aorta and target organ damage in hypertensive patients: the multicentric ARGO-SIIA project (Aortic RemodellinG in hypertensiOn of the Italian Society of Hypertension). J Hypertens 2019 Jan;37(1):57-64.