Il 16 Dicembre 2017, nella cornice del settecentesco Palazzo “Cesi” presso Acquasparta (TR), a distanza di un anno esatto dalla sua precoce scomparsa, sotto il patrocinio della SIIA, si è tenuto un Congresso inter-regionale intitolato “Novità in medicina interna”. Il congresso ha voluto celebrare la figura del Prof. Giuseppe Schillaci, stimatissimo Professore in Medicina Interna presso l’Università di Perugia, direttore della Struttura di Medicina Interna dell’Azienda Ospedaliera di Terni, già tesoriere della SIIA.

Tra i molti illustri relatori che si sono susseguiti nel corso della giornata, particolare interesse ha suscitato l’intervento del Prof. Ferri, attuale Presidente SIIA, il quale ha commentato i risultati di un recente studio pubblicato sulla rivista Journal of American Medical Association (Global Burden of Hypertension and Systolic Blood Pressure of at Least 110 to 115 mmHg, 1990-2015; JAMA. 2017;317:165-182), ponendo l’accento sulla centralità della gestione delle comorbidità nell’ipertensione arteriosa.

Lo studio, probabilmente il più rappresentativo dell’attuale situazione globale dell’ipertensione arteriosa e del suo peso in termini di mortalità, è basato sull’analisi di dati ricavati da un totale di 8,7 milioni di individui. L’approccio statistico all’analisi dei big data, particolarmente innovativo, è stato quello della regressione Gaussiana spazio-temporale, un sistema che fonde modelli di analisi dei dati distribuiti spazialmente con modelli derivati da analisi di serie storiche.

I ricercatori affermano che il numero degli individui nel mondo la cui pressione arteriosa sistolica supera i 140 mmHg è di circa 900 milioni ed il numero di morti complessive attribuibili all’ipertensione arteriosa è di circa 7,8 milioni ogni anno. Sebbene tale numero sia in incremento di circa il 55% rispetto a circa 30 anni fa, questo incremento sarebbe quasi esclusivamente da ricondurre al progressivo invecchiamento della popolazione, piuttosto che ad altri fattori. Tale dato rende ragione di quanto rilevante sia la gestione dell’ipertensione in un contesto di multi-morbidità caratteristico di una società che sta invecchiando.

Lo studio riporta inoltre un’analisi specifica per macro-aree, che evidenzia come l’impatto dell’ipertensione arteriosa sulla mortalità e morbilità cardiovascolare sia profondamente eterogeneo nelle varie zone del mondo. Vi è un trend in incremento di morbilità e mortalità cardiovascolare nelle macro-regioni a rapido sviluppo, quali l’India, la Cina, la Russia e l’Indonesia, legato all’aumento complessivo della popolazione, al suo progressivo invecchiamento ed al variabile impatto dei fattori di rischio legati ai rapidi mutamenti sociali, quali l’alimentazione e l’inquinamento atmosferico.

Lo studio fornisce, infine, ulteriori stime del rischio cardiovascolare legato a valori di PA sistolica non solamente superiori a 140 mmHg ma anche a partire da 110 mmHg. I ricercatori osservano che ulteriori 2,9 milioni di morti all’anno possono essere attribuibili a valori di pressione arteriosa compresi tra 110 mmHg e 140 mmHg, in un range cioè di normalità o “quasi normalità”.

Per quanto interessanti ed indubbiamente rilevanti, tali risultati espongono il fianco ad un’interpretazione potenzialmente fuorviante, legata cioè al concetto di livello minimo di esposizione al rischio. Sebbene molti studi hanno osservato che il rischio cardiovascolare aumenta in maniera esponenziale a partire di valori pressori tradizionalmente considerati come normali o lievemente superiori al normale, tuttavia non è possibile identificare, per ogni individuo, il valore di pressione arteriosa a cui idealmente possa coincidere un livello di rischio pari a zero.

Se da una parte è ipotizzabile che strategie globali mirate al controllo dei fattori di rischio, come ad esempio la riduzione dell’introito di sodio negli alimenti, si tradurrebbe in un indubbio beneficio globale in termini di riduzione di morti cardiovascolari per valori di PA sistolica superiori a 110 mmHg, dall’altra è ulteriormente chiaro che modificare i valori pressori in ogni singolo individuo attraverso un intervento terapeutico, rappresenta per un medico un processo ben più complesso che il proporre ad un fumatore di smettere di fumare.

A cura di Giacomo Pucci, S.C. Medicina Interna, Dipartimento di Medicina, Polo Scientifico-Didattico di Terni, Università di Perugia.