A cura di Anna Paini, Clinica Medica, Università di Brescia & 2 Medicina ASST Spedali Civili di Brescia

L’obesità costituisce una delle principali cause di morbilità e mortalità in tutto il mondo, essendo responsabile di 2,8 milioni di morti ogni anno. Nonostante la crescente consapevolezza del problema, l’indice di massa corporea (IMC) medio nella popolazione è andato continuamente aumentando negli ultimi 40 anni in tutto il mondo, e alcune stime prevedono che la prevalenza di sovrappeso e obesità potrebbe raggiungere il 60 % nel 2030. Nei pazienti obesi i provvedimenti volti a migliorare gli stili di vita e l’alimentazione, pur costituendo il cardine della prevenzione cardiovascolare, consentono di ottenere risultati solo parziali e, soprattutto, di efficacia limitata nel tempo. La chirurgia bariatrica, proposta per la prima volta negli anni cinquanta, si è dimostrata assai efficace nell’indurre un significativo calo ponderale, associato a un miglioramento dei fattori di rischio cardiovascolare. Tale tipo di approccio si è anche dimostrato in grado, in alcuni studi, di migliorare anche gli outcomes cardiovascolari. Pochi dati sono disponibili a oggi sugli effetti della chirurgia bariatrica sul rischio di scompenso cardiaco. Nella popolazione di Framingham, per ogni aumento di una unità dell’IMC è stato osservato un aumento del 5-7 % del rischio di scompenso cardiaco, e pertanto l’approccio chirurgico all’obesità potrebbe rappresentare un approccio in grado di offrire vantaggi anche sotto questo punto di vista.

E’stata recentemente pubblicata sullo European Heart Journal una analisi effettuata in oltre 4000 pazienti arruolati nello Swedish Obese Subjects (SOS) study, studio prospettico di coorte, multicentrico, che ha lo scopo di paragonare gli effetti della chirurgia bariatrica associata a misure sullo stile di vita rispetto a quelli delle sole modificazioni dello stile di vita in pazienti con obesità. Nei pazienti trattati con approccio chirurgico la riduzione dell’IMC è risultata del 25% dopo un anno, attestandosi sul 16% a 20 anni, mentre il peso non ha mostrato variazioni di rilievo nel gruppo “usual care”. Dopo un follow up medio di oltre 20 anni sono stati osservati 188 casi di scompenso cardiaco nei pazienti trattati con chirurgia bariatrica e 266 in quelli trattati con approccio convenzionale (HR 0.65, IC 95% 0,54–0,79; p<0,001) (analisi multivariata). Sono state osservate complicanze postoperatorie nel 13% dei pazienti, e la mortalità a 90 giorni dall’intervento/arruolamento è risultata dello 0.2 % (n=5) nei pazienti trattati con chirurgia e dello 0,1 % (n=2) nei pazienti trattati con terapia medica.

I risultati sono assai interessanti, evidenziando una riduzione del 35% del rischio di scompenso cardiaco nei pazienti trattati con chirurgia bariatrica, senza differenze fra vari sottogruppi, e con un rischio di scompenso cardiaco inversamente correlato all’entità del calo ponderale. Il beneficio della chirurgia bariatrica appare evidente piuttosto tardivamente, a partire da 5 anni dall’intervento. Alcuni limiti devono essere sottolineati: lo studio non era randomizzato, rappresenta una analisi “post hoc”(su obiettivo non prespecificato) ed alcuni fattori confondenti potrebbero non essere considerati. Inoltre i risultati sono applicabili solo a pazienti simili a quelli arruolati nello studio, ovvero con IMC >_34 kg/m2 nei maschi e >_38 kg/m2 nelle donne. D’altro canto il disegno prospettico, l’ampio campione e la lunga durata del follow-up costituiscono indubbi punti di forza dello studio.

Fonte

Jamaly S, Carlsson L, Peltonen M, et al. Surgical obesity treatment and the risk of heart failure. European Heart Journal  2019:40:26:2131 -2138.